Una scuola che ha paura di parlare educa già al silenzio
Riflessioni di un sessuologo sul divieto di educazione affettiva e sessuale nella scuola
6/6/20263 min read
Ci sono momenti in cui, come professionisti e professioniste della salute, dell’educazione e del benessere sessuale, il richiamo alla “neutralità” rischia di trasformarsi in una forma di deresponsabilizzazione. Non perché il lavoro clinico o educativo debba diventare militanza ideologica, ma perché esistono contesti in cui il silenzio produce effetti concreti tanto quanto la parola.
L’idea che scuola, psicologia o sessuologia possano occupare una posizione completamente neutrale rispetto ai processi culturali che attraversano corpi, relazioni e identità è, in larga parte, un mito. Ogni pratica educativa trasmette implicitamente valori, confini di legittimità e visioni della convivenza e anche scegliere di non affrontare alcuni temi è già una scelta educativa e politica.
Per questo motivo ritengo che, in alcuni momenti storici, sia necessario esporsi pubblicamente. Non per imporre verità morali, ma per difendere la possibilità stessa di costruire spazi di riflessione critica, alfabetizzazione emotiva e confronto collettivo dentro i contesti educativi.
È a partire da questa convinzione che sento la necessità di scrivere queste righe sull’attuale clima che circonda l’educazione affettiva e sessuale nella scuola.
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sull’educazione affettiva e sessuale nella scuola si è progressivamente spostato su un terreno che, da psicologo e sessuologo, considero profondamente preoccupante. Sempre più spesso il tema viene presentato come una questione di “consenso preventivo” delle famiglie, come se parlare di relazioni, emozioni, consenso, corpo o differenze fosse un contenuto eccezionale da autorizzare separatamente rispetto al resto dell’esperienza educativa.
Il punto paradossale è proprio questo: si utilizza il linguaggio del consenso per introdurre un dispositivo di controllo sul sapere.
L’educazione affettiva viene trattata come qualcosa di potenzialmente sospetto, quasi una contaminazione ideologica da monitorare, invece che come uno strumento educativo necessario in una società attraversata da violenza di genere, isolamento relazionale, pornografia mainstream e modelli sentimentali sempre più costruiti algoritmicamente.
Questa impostazione produce conseguenze molto concrete. Non perché vieti esplicitamente ogni percorso, ma perché costruisce un clima intimidatorio. Insegnanti, educatori ed esperti vengono progressivamente trasformati in soggetti che devono interrogarsi continuamente su dove passi un confine invisibile tra educazione e presunta “indottrinazione”. E una scuola che ha paura di parlare educa già al silenzio.
Dal punto di vista pedagogico e psicologico questo è un passaggio cruciale. L’educazione affettiva non consiste nell’imporre visioni morali o identità. Consiste nel creare spazi critici e collettivi in cui bambine e bambini, ragazze e ragazzi possano sviluppare linguaggi per comprendere emozioni, relazioni, consenso, conflitto, corporeità e differenza. Ridurre tutto questo a una minaccia da autorizzare preventivamente significa trasformare il sapere relazionale in un territorio moralmente sorvegliato.
Il paradosso diventa ancora più evidente se si osserva il contesto reale in cui adolescenti e preadolescenti crescono oggi. Mentre la scuola viene sottoposta a controlli crescenti quando affronta temi legati all’affettività o alla sessualità, le giovani generazioni vengono lasciate sole dentro ecosistemi digitali saturi di pornografia, misoginia, influencer reactionary, comunità che propongono modelli di maschilità tradizionali se non disfunzionali, e pseudoeducazione sentimentale prodotta dagli algoritmi.
Il messaggio implicito rischia di essere chiarissimo: puoi imparare tutto da TikTok, dalla pornografia mainstream o da figure che costruiscono consenso attraverso linguaggi aggressivi e polarizzanti. Ma se una scuola prova a costruire uno spazio guidato, riflessivo e pedagogicamente fondato sul consenso, sulle emozioni o sulle differenze, allora serve una forma speciale di autorizzazione preventiva.
Questo processo non può essere letto soltanto come una disputa culturale. È un meccanismo di regolazione simbolica che definisce quali saperi siano considerati legittimi e quali invece debbano essere continuamente giustificati. In questo senso, il consenso preventivo non opera soltanto come tutela delle famiglie, ma anche come tecnologia politica di sorveglianza morale.
Nel mio lavoro di ricerca ho cercato di mostrare come i dispositivi anti-gender contemporanei funzionino spesso proprio attraverso la produzione di climi di apprensione, autocensura e controllo diffuso piuttosto che tramite divieti espliciti. Nel contesto educativo italiano, la sessualità e le differenze di genere vengono frequentemente rappresentate come elementi destabilizzanti rispetto all’ordine morale della scuola, producendo una continua negoziazione della visibilità e della legittimità pedagogica (Ederoclite, 2025).
Questo produce un effetto culturale molto preciso: il problema non è più soltanto ciò che viene insegnato, ma il fatto stesso che alcuni temi possano essere pensati collettivamente dentro lo spazio pubblico della scuola.
Ed è qui che diventa centrale la capacità di resistere in modo creativo.
Resistere creativamente non significa limitarsi all’indignazione morale. Significa continuare a produrre spazi, linguaggi e pratiche che rendano ancora pensabili il consenso, il rispetto reciproco, il corpo, la pluralità delle esperienze e l’educazione emotiva anche dentro un clima di crescente sorveglianza culturale.
Perché una scuola democratica non è una scuola che evita i conflitti simbolici. È una scuola che offre strumenti per attraversarli criticamente.
E lasciare giovani e adolescenti senza strumenti condivisi di alfabetizzazione affettiva e sessuale non significa proteggerli. Significa semplicemente delegare questa formazione ad ambienti che non hanno alcuna responsabilità educativa.
Riferimenti
Ederoclite, M. (2026). Everyday queering: gender, presence, and pedagogical disruption in Italian early childhood education. International Journal of LGBTQ+ Youth Studies, 23(3), 579–595.
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