La vita da single non è una sala d’attesa
Analisi psicologica su benessere e singlehood: cosa dice la ricerca su autonomia, attaccamento e qualità della vita da single.
2/14/20263 min read


Si può vivere bene da single? Cosa ci dice davvero la ricerca psicologica
Per molto tempo, nella cultura occidentale, la vita di coppia è stata considerata una sorta di “traguardo naturale”. Essere single, soprattutto a lungo termine, è stato spesso interpretato come una fase transitoria, una mancanza, oppure un fallimento relazionale.
La ricerca psicologica degli ultimi anni racconta però una storia diversa. Sempre più studi mostrano che la vita da single non è, di per sé, né più povera né meno soddisfacente. Dipende da come viene vissuta.
Un recente studio pubblicato su Personal Relationships (Oh et al., 2026) affronta in modo sistematico questa questione, cercando di capire chi vive bene la propria condizione di single e perché
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Non è solo una questione di “scelta”
Tradizionalmente, gli studi sulla singlehood hanno distinto tra persone single “per scelta” e persone single “per circostanza”. Questa distinzione è utile, ma rischia di essere semplificatoria.
Come mostrano gli autori dello studio, il senso di scelta è dinamico e multilivello. Una persona può desiderare una relazione, ma allo stesso tempo rifiutare relazioni non soddisfacenti. Può sentirsi libera in alcuni momenti e frustrata in altri. La singlehood non è una categoria statica, ma un’esperienza soggettiva in continua ridefinizione.
Il cuore della questione: i bisogni psicologici di base
Il risultato più solido dello studio riguarda un punto centrale: ciò che conta di più per il benessere delle persone single è la soddisfazione dei bisogni psicologici fondamentali.
Secondo la Self-Determination Theory, tutti noi abbiamo tre bisogni di base:
autonomia: sentire di avere voce nelle proprie scelte;
competenza: percepirsi capaci ed efficaci;
relazionalità: sentirsi connessi agli altri.
Le persone single che sentono questi bisogni soddisfatti tendono a:
essere più soddisfatte della propria vita;
vivere meglio la propria condizione;
mostrare meno sintomi depressivi.
In altre parole, non è l’assenza di una relazione a determinare il malessere, ma l’assenza di contesti in cui sentirsi vivi, competenti, riconosciuti.
Un lavoro significativo, amicizie solide, passioni coltivate, spazi di autonomia reale: sono questi gli ingredienti principali di una “buona vita da single”.
L’attaccamento: quando il bisogno di relazione pesa
Un secondo livello riguarda lo stile di attaccamento, concettualizzato a partire dalla teoria di Bowlby (1980) e dagli sviluppi in età adulta (Bartholomew & Horowitz, 1991; Brennan et al., 1998).
Lo studio conferma che:
l’attaccamento ansioso è associato a maggiori sintomi depressivi;
è collegato a minore soddisfazione per la singlehood;
mantiene un effetto indipendente anche controllando i bisogni di base.
Questo risultato è coerente con ricerche precedenti sul “fear of being single” (Spielmann et al., 2013) e sulla relazione tra insicurezza affettiva e benessere (MacDonald & Park, 2022; Pepping et al., 2018).
Le persone con attaccamento ansioso tendono a investire fortemente nella ricerca di vicinanza. Quando questo bisogno resta frustrato, la condizione di single viene vissuta come minaccia identitaria.
L’attaccamento evitante, invece, mostra un profilo più ambiguo: può favorire una maggiore tolleranza alla solitudine, ma non garantisce un benessere globale stabile.
Il sesso occasionale non è la chiave del benessere
Un risultato interessante riguarda la socio-sessualità, cioè l’atteggiamento verso il sesso non impegnato.
Contrariamente a certi stereotipi, il desiderio di relazioni sessuali occasionali non predice in modo significativo il benessere, una volta considerati i bisogni psicologici e l’attaccamento.
Avere o non avere una vita sessuale “libera” non è ciò che fa davvero la differenza. Ciò che conta è se la propria vita è coerente con i propri valori e bisogni emotivi.
Come raccontiamo a noi stessi il nostro essere single
Un quarto livello riguarda i motivi soggettivi per cui le persone si percepiscono come single (Apostolou et al., 2020; Apostolou, 2021).
Lo studio distingue tra:
motivazioni valoriali (indipendenza, libertà, priorità personali);
motivazioni basate su vincoli (ferite relazionali, paura, difficoltà percepite).
Le motivazioni basate sui valori sono associate a maggiore benessere. Quelle basate sui vincoli sono associate a maggior disagio psicologico, in linea con altri studi sul meaning-making nella singlehood (Beckmeyer & Jamison, 2024; Beauparlant & Machia, 2024).
Il modo in cui una persona interpreta la propria condizione incide profondamente sulla sua salute mentale.
La vita da single non è una “vita in attesa”
Nel complesso, questo lavoro si inserisce in una letteratura crescente che mette in discussione il primato normativo della coppia (Sarkisian & Gerstel, 2016; Kislev & Marsh, 2023).
La singlehood emerge come una forma di vita strutturata, dotata di senso, potenzialmente generativa.
Quando una persona:
sperimenta autonomia;
coltiva relazioni multiple;
sviluppa competenze;
costruisce progetti;
attribuisce senso alla propria traiettoria,
può vivere una vita piena anche fuori dalla coppia.
Conclusione: stare bene da soli è una competenza
La ricerca ci restituisce un messaggio chiaro: vivere bene da single non è un evento casuale o un dono del destino. È una competenza psicologica e relazionale che si costruisce nel tempo e implica consapevolezza, lavoro su di sé, relazioni plurali, progettualità, capacità di attribuire senso.
Essere single non equivale a essere incompleti. Significa, spesso, essere in un processo.
Oh, J., A. Stoianova, T. M. Bello, and A. De La Cruz. 2026. “ Who Lives a Good Single Life? From Basic Need Satisfaction to Attachment, Sociosexuality, and Reasons for Being Single.” Personal Relationships33, no. 1: e70053. https://doi.org/10.1111/pere.70053.
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