Il mito dell’amore per se stessi: cosa rivela la psicologia sulle relazioni

Uno studio recente mette alla prova una convinzione diffusa: bisogna amare se stessi prima di amare qualcuno. La psicologia mostra un quadro più complesso.

3/5/20262 min read

"Devi amare te stesso prima di poter amare qualcun altro." È una di quelle frasi che circolano così spesso da sembrare ovvie. La si trova nei libri di self-help, nelle storie Instagram, nelle conversazioni tra amici dopo una rottura. Eppure la ricerca psicologia, quando si prende la briga di mettere alla prova le intuizioni popolari, restituisce quasi sempre un quadro più complicato — e spesso più interessante.

Uno studio recente di Jansen et al. (2026) ha fatto esattamente questo: ha smontato l'idea di "amare se stessi" nelle sue componenti psicologiche reali, per capire quale di esse conta davvero nella vita di coppia.

Non basta "volersi bene"

Il problema con espressioni come "amare se stessi" è che sono talmente vaghe da dire tutto e niente. I ricercatori hanno scelto una strada più precisa, distinguendo tre dimensioni distinte: la cura di sé — cioè la capacità di rispondere ai propri bisogni fisici ed emotivi — l'auto-accettazione, intesa come un atteggiamento non giudicante verso i propri limiti, e la consapevolezza di sé, ovvero la capacità di riconoscere i propri stati interiori. Per valutare la qualità delle relazioni hanno utilizzato il Modello Triangolare di Sternberg, che misura intimità, passione e impegno.

I risultati mostrano che cura di sé e auto-accettazione predicono in modo significativo tutte e tre le dimensioni del legame. Chi riesce a prendersi cura di sé e ad accettarsi tende a costruire relazioni più vive, più intime e più stabili. La consapevolezza, invece, da sola non basta: sapere che stiamo soffrendo, senza riuscire ad accoglierci o a farci del bene, non migliora il rapporto con il partner.

Il fattore che fa davvero la differenza

La variabile che emerge con più forza dallo studio non è l'autostima elevata — quel senso di superiorità tranquilla che la cultura pop spesso idealizza — ma la self-compassion: la capacità di trattarsi con gentilezza quando si sbaglia, di non trasformare ogni errore in una requisitoria contro se stessi.

È un dato che ha implicazioni cliniche precise. Chi reagisce ai propri fallimenti con autocritica severa tende a fare lo stesso con il partner: diventa rigido, difensivo, poco tollerante delle imperfezioni altrui. Chi invece riesce a trattare la propria fragilità con indulgenza sviluppa — quasi per contagio — una capacità analoga verso chi gli sta accanto.

Una conclusione che libera, non che delude

La buona notizia è che non è necessario raggiungere alcuna "perfezione interiore" per impegnarsi in una relazione. Gli esseri umani amano benissimo anche mentre sono in conflitto con se stessi — e sarebbe ingenuo pensare il contrario. Quello che conta non è l'assenza di conflitti interni, ma il modo in cui li affrontiamo e risolviamo. La gentilezza verso se stessi non è un lusso o un traguardo da conquistare prima di potersi relazionare: è già, di per sé, un modo di stare meglio con gli altri.

Non perché l’amore verso se stessi sia una condizione magica che precede ogni relazione.
Piuttosto perché il modo in cui gestiamo la nostra fragilità sembra riflettersi anche nel modo in cui gestiamo la fragilità degli altri.

Jansen, P., Rahe, M. & Siebertz, M. (2026) Self-love and love in a romantic relationship are partly related. Discov Psychol, 6, 25.