Il benessere come esperienza relazionale
Self-care e gentilezza verso gli altri non agiscono allo stesso modo sulla salute mentale. Una lettura clinica e scientifica sul benessere come esperienza relazionale.
1/22/20262 min read


Negli ultimi anni siamo immersi in un linguaggio del benessere che insiste molto sull’idea di prenderci cura di noi stessi. Fermarsi, concedersi qualcosa, essere meno duri, praticare il self-care. In molti casi è un messaggio necessario, soprattutto in contesti di stress cronico e iperprestazione. Ma resta una domanda di fondo che raramente viene posta in modo esplicito: essere gentili con se stessi ha lo stesso effetto sul benessere mentale dell’essere gentili con gli altri?
Un lavoro di ricerca recente ha provato a esplorare questa domanda in modo diretto, mettendo a confronto due pratiche spesso considerate simili ma che, nei fatti, attivano processi psicologici diversi.
Durante la pandemia da COVID-19, un ampio campione di persone adulte è stato coinvolto in uno studio di due settimane. A ciascun partecipante è stato chiesto di compiere tre atti di gentilezza a settimana. Alcune persone dovevano rivolgerli a se stesse, altre agli altri, mentre un terzo gruppo non riceveva indicazioni particolari. Prima e dopo l’intervento sono stati valutati livelli di depressione, ansia e solitudine.
I risultati raccontano una storia interessante, che vale la pena leggere con attenzione.
Le persone che hanno praticato atti di gentilezza verso gli altri hanno mostrato una riduzione significativa non solo della depressione, ma anche dell’ansia e della solitudine. Non si è trattato semplicemente di “sentirsi meglio” nel senso generico del termine. L’elemento centrale che spiegava questo miglioramento era l’aumento del senso di connessione. Aiutare qualcun altro, anche con gesti piccoli e quotidiani, ha rafforzato la percezione di essere in relazione, di far parte di un legame, di non essere soli.
Chi ha invece praticato la gentilezza verso di sé ha mostrato un miglioramento più circoscritto. La depressione è diminuita, ma non si sono osservati cambiamenti significativi su ansia e solitudine. In questo caso, il beneficio era spiegato soprattutto dall’aumento di emozioni positive nel breve periodo. Prendersi cura di sé ha fatto stare meglio, ma non ha inciso allo stesso modo sulla dimensione relazionale del disagio.
Questi risultati non vanno letti come una contrapposizione morale tra altruismo e self-care. Non dicono che essere gentili con se stessi sia inutile o sbagliato. Mostrano piuttosto che non tutte le pratiche di benessere agiscono sugli stessi livelli. La gentilezza rivolta a sé sembra lavorare soprattutto sull’esperienza emotiva individuale, mentre quella rivolta agli altri incide in modo più diretto sul senso di appartenenza e di connessione, che sono fattori centrali per la salute mentale.
Dal punto di vista clinico, questa distinzione è tutt’altro che astratta. Molte persone che arrivano in terapia non soffrono solo per ciò che provano dentro, ma per una sensazione persistente di isolamento, distanza, disconnessione. In questi casi, interventi centrati esclusivamente sull’individuo rischiano di non essere sufficienti, perché il disagio non è solo interno, ma relazionale.
In una cultura che tende a presentare il benessere come un progetto individuale, questo studio invita a rimettere al centro una dimensione spesso trascurata: stiamo meglio non solo quando ci trattiamo con più gentilezza, ma anche quando restiamo in relazione. Non come dovere, non come sacrificio, ma come condizione psicologica fondamentale.
Forse allora la domanda non è se dobbiamo prenderci cura di noi stessi o degli altri. La domanda è come tenere insieme queste due dimensioni senza ridurle a slogan, riconoscendo che il benessere non è mai solo una questione privata.
Riferimento allo studio
Naclerio, M., Lazar, L., Hornstein, E. A., & Eisenberger, N. I. (2025). Exploring the effects of prosocial and self-kindness interventions on mental health outcomes. Manuscript version, American Psychological Association
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